Sacerdote, servo del Signore

Dall’angelus di Giovanni Paolo II del 28 ottobre 1990:

Sacerdote servo deò SignoreInvochiamo la Vergine, Madre di Cristo e Madre di tutti i sacerdoti, nella consapevolezza che lei, la “piena di grazia”, è il vero modello di ogni presbitero consacrato al servizio del Regno. Maria, infatti, è stata eternamente presente nel progetto concepito da Dio per la salvezza del mondo. Mediante la fede ne è divenuta partecipe in tutta l’estensione del suo itinerario terreno, così che ormai si pone come modello di tutti coloro che sono chiamati a seguire più da vicino Gesù, maestro e pastore delle anime.

L’intercessione di Maria ottenga ai candidati al ministero sacerdotale di sapersi aprire docilmente all’ascolto della parola di Dio, accogliendone senza riserve le esigenze e disponendo il proprio animo a condividere i sentimenti di Cristo, così da essere efficaci annunciatori del suo mistero. Occorre che i presbiteri sappiano farsi, come Maria, umili “servi del Signore”, per divenire come lei strumenti efficaci delle “grandi cose” che Dio intende operare nel mondo.

La Vergine santa accompagni nel cammino di formazione tutti i chiamati. Sia per loro conforto e sostegno nelle prove, modello di consacrazione di ogni affetto e di qualsiasi interesse alla causa della salvezza dell’uomo. Come Madre premurosa, sia presente per illuminare e confermare il proposito dei giovani ai quali il Signore ha rivolto l’invito a seguirlo.

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Tutta la chiesa conta sullo Spirito Santo

Dall’angelus di Giovanni Paolo II del 30 settembre del 1990:

Non è stato forse lo Spirito che, al momento dell’incarnazione, ha operato in maniera decisiva la formazione della natura umana del primo sacerdote? Non è stato a lui che Gesù ha attribuito uno speciale influsso su tutto il suo ministero terrestre, quando nella sinagoga di Nazaret ha applicato a se stesso l’oracolo di Isaia: “Lo Spirito del Signore è sopra di me” (Lc 4, 18)? Questo determinante ruolo dello Spirito nella formazione del sommo sacerdote, ci mostra che è proprio a lui che dobbiamo affidare tutti i nostri sforzi per la formazione di coloro che oggi devono riprodurre in se stessi il modello di Cristo, imitandolo nella sua vita e nella sua missione.

spirito_santoTutta la Chiesa conta, dunque, sullo Spirito Santo: sarà lui che condurrà in modo misterioso e sovrano, nel rispetto delle persone e delle loro possibilità di cooperazione, i lavori del Sinodo. Ci conferma in questa fiducia l’esperienza indimenticabile del Concilio Vaticano II, che costituì un cammino di Chiesa, tracciato in maniera sorprendente e magistrale dallo Spirito Santo: lui ne ispirò la convocazione, lui ne guidò le delibere, piegandole in direzioni che spesso nessuno aveva previsto e che in seguito furono sempre più apprezzate.

Nel Sinodo che sta per cominciare lo Spirito Santo non mancherà di essere presente e di agire. Confidando nella sua assistenza, esprimo la certezza che questo Sinodo produrrà frutti sostanziali e contribuirà al progresso della formazione sacerdotale.

Preghiamo Colei che è stata la perfetta collaboratrice dello Spirito Santo: Maria santissima aiuti tutti i membri del Sinodo ad aprirsi pienamente alla sua azione.

Il sacerdote, l’uomo del sacrificio

Dall’angelus di Giovanni Paolo II del 16 agosto del 1990:

Dinanzi al Crocifisso ciascuno di noi può ripetere con l’apostolo Paolo: “Io vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal 2, 20). L’incarnazione, la passione e la morte di Cristo ci introducono nella contemplazione di un insondabile mistero d’amore. È questo mistero che ci consente di comprendere appieno il senso delle nostre prove: esse ci uniscono alla croce di Cristo e alla sua opera redentrice. San Paolo spiegava le sofferenze della sua vita dicendo: “Sono stato crocifisso con Cristo” (Gal 2, 19). Egli soffriva molto nel ministero apostolico, ma coglieva il senso superiore di queste sofferenze.

Sacrificio Santa MessaSi illumina così un aspetto essenziale della vita sacerdotale: il sacerdote è l’uomo del sacrificio. In virtù del sacramento dell’Ordine, egli ha la missione di offrire il sacrificio di Cristo, rendendolo misticamente presente nella realtà del suo corpo e del suo sangue. Conseguentemente, è per la sua stessa esistenza sacerdotale che egli è unito al sacrificio redentore di Cristo. L’ordinazione sacerdotale lo impegna sulla via di tale sacrificio.

Agli apostoli che erano tentati di vedere solo un onore nella loro associazione all’edificazione del regno, Gesù pose un giorno la domanda: “Potete bere il calice che io devo bere?” (Mc 10, 38). Successivamente egli mostrò loro il perché di questa domanda essenziale: “Il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti” (Mc 10, 45). Se il Maestro ha seguito la via dolorosa, coloro che egli chiama a partecipare alla sua missione come potrebbero illudersi di fare un cammino diverso?

Il sacerdote sa di essere chiamato, in maniera speciale, al sacrificio. Egli tuttavia troverà la forza di sopportare generosamente le sue prove, spesso difficili, se saprà vederle nella luce della passione di Cristo. Non diceva forse san Paolo: “Sono lieto nelle sofferenze che sopporto per voi, e da parte mia completo ciò che manca nella mia carne ai patimenti di Cristo per il suo corpo, che è la Chiesa” (Col 1, 24)?

Trattando della formazione sacerdotale, il prossimo Sinodo non mancherà di porre in evidenza questa verità. Coloro che si preparano al sacerdozio devono educarsi a un atteggiamento generoso, che li renda capaci di accettare per amore di Cristo le rinunce necessarie, riconoscendone la fecondità apostolica.

La Vergine Maria, ritta ai piedi della croce, ci fa comprendere che non si può essere uniti a Cristo senza condividerne l’immolazione. Invochiamola perché sostenga i sacerdoti nelle loro prove e perché, anche in virtù di una formazione appropriata, li porti ad accettare coraggiosamente i sacrifici richiesti dal loro ministero.

Il celibato: un amore più grande

Dall’angelus di Giovanni Paolo II del 19 agosto 1990:

Qui si trova la prima origine di quella scelta di vita a cui, secondo la disciplina della Chiesa latina, sono chiamati i sacerdoti. Il prossimo Sinodo, trattando della loro formazione, prenderà in considerazione questo aspetto della loro vita, secondo il principio enunciato dal Concilio nel decreto Optatam totius: “Gli alunni che secondo le leggi sante e salde del proprio rito seguono la veneranda tradizione del celibato sacerdotale, siano diligentemente educati a questo stato, nel quale rinunziando alla vita coniugale per il regno dei cieli (cf. Mt 19, 12), possono aderire a Dio con un amore indivisibile rispondente intimamente alla nuova Legge, danno testimonianza della futura risurrezione (Lc 20, 36), e ricevono un aiuto grandissimo per l’esercizio continuo di quella perfetta carità che li renderà capaci nel ministero sacerdotale di farsi tutto a tutti” (Optatam totius, 10).

immacolata concezNel Vangelo Cristo non ha esitato a chiedere a coloro che sceglieva come apostoli di lasciare tutto per seguirlo. Lasciare tutto significa anche rinunciare a formarsi una propria famiglia. Meglio di chiunque altro Gesù sapeva che tale rinuncia richiede molta generosità, perché suppone il dono totale di sé. Padrone assoluto della vita umana, egli ha invitato i suoi apostoli a impegnarsi in un tale dono, perché ne vedeva tutta la fecondità.

È vero che il celibato consacrato richiede una grazia speciale, perché è un ideale che supera le forze della natura umana e sacrifica alcune delle sue inclinazioni. Ma il Signore, che ha guidato la sua Chiesa nella scelta di questa via, non mancherà di concedere tale grazia a coloro che egli chiama al sacerdozio. Mediante un simile dono dall’Alto, essi saranno in grado di assumere un tale impegno e di restarvi fedeli per tutta la vita.

Occorre, però, preparare i giovani che entrano in seminario a comprendere più chiaramente i motivi e le esigenze di tale scelta, accogliendo nella preghiera la grazia che viene loro offerta. Essi saranno pure avvertiti circa i pericoli ai quali possono essere esposti e circa l’umile prudenza che devono usare nel loro comportamento. Soprattutto, essi dovranno essere rafforzati nella convinzione che il celibato è essenzialmente un amore più grande verso Cristo e verso il prossimo, e che è destinato a sostenere la santità e la fedeltà degli sposi cristiani.

Chiediamo l’intercessione della Vergine delle vergini, perché il Sinodo possa assicurare ai giovani che si avviano al sacerdozio una formazione adeguata in vista delle esigenze di questo amore più grande.

Amore per gli infermi

Dall’Angelus di Giovanni Paolo II del 12 agosto 1990:

Nel Vangelo constatiamo costantemente l’attenzione speciale di Gesù per i malati. È una caratteristica della sua attività: “Gesù – dice san Matteo (Mt 9, 35) – percorreva tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, predicando il Vangelo del regno e curando ogni malattia e infermità”. “Folle numerose – dice san Luca (Lc 5, 16) – venivano per ascoltarlo e farsi guarire dalle loro infermità”.

Con la compassione, rivolta ai malati e agli infermi, Gesù rivelava l’amore divino, che si china con pietà infinita su tutte le umane miserie. Nello stesso tempo egli mostrava una compassione efficace: non solo manifestava la sua simpatia, ma procurava la guarigione. Operando molti miracoli in favore degli infermi, egli faceva vedere che l’onnipotenza divina si pone a servizio degli uomini.

Gesù e i malatiIl sacerdote è chiamato a seguire l’esempio di Cristo e a portare ai malati tutta la simpatia del Salvatore. A differenza di Cristo, egli non ha il potere di guarire i malati e gli infermi, ma può procurare loro un conforto morale e spirituale, che li sosterrà nella prova, e potrà anche facilitare o accelerare la guarigione. Anche con la preghiera, il sacerdote implorerà e otterrà il miglioramento dello stato di salute degli infermi, che gli sono affidati.

Il suo ministero pastorale lo conduce a praticare l’amore verso i più miseri, come è stato particolarmente raccomandato nel Vangelo. Ogni volta che il sacerdote visita un malato, è invitato a scoprire in lui la misteriosa presenza di Cristo: “Ero malato e mi avete visitato” (Mt25, 36). Nelle sofferenze del malato egli riconoscerà con rispetto e amore il mistero del Cristo crocifisso, che si prolunga nelle vite umane.

In questa prospettiva dell’opera di salvezza il sacerdote è chiamato a visitare gli infermi. Gesù ha moltiplicato le guarigioni miracolose come segni delle guarigioni che voleva procurare all’umanità. Della guarigione del corpo non ha fatto uno scopo assoluto: egli desiderava salvare gli uomini dal male. Perciò lo vediamo perdonare i peccati al paralitico prima di guarirlo, e compiere il miracolo per dimostrare la realtà di tale perdono.

Il sacerdote avrà sempre sotto gli occhi l’obiettivo della sua missione, la salvezza integrale dell’uomo, che è prima di tutto di ordine spirituale. Egli sarà consapevole che la malattia è un tempo di prova ma anche di grazia, e incoraggerà i malati ad approfittare di questa grazia per avvicinarsi a Cristo, scoprire la sua misteriosa presenza, accettare la volontà del Padre, e offrirgli più generosamente i loro dolori.

Preghiamo la Vergine Maria, dal cuore così compassionevole, perché guidi maternamente i sacerdoti nelle loro visite, e li animi incessantemente a questo ministero così importante.

Vocazione all’obbedienza

Dall’Angelus di Giovanni Paolo II del 12 luglio 1990:

La Lettera agli Ebrei (Eb 5, 8) sottolinea il valore di questa obbedienza del Figlio di Dio nell’entrare in questo mondo e nell’offrire il suo sacrificio: con la sua sofferenza, il Cristo sacerdote ha fatto l’esperienza dell’obbedienza, e la sua obbedienza di Figlio è stata all’origine delle grazie da lui ottenute per la salvezza dell’umanità.

Si comprende così l’importanza dell’obbedienza nella vita sacerdotale. “Tra le virtù che più sono necessarie nel ministero dei presbiteri – dice il Vaticano II – va ricordata quella disposizione d’animo per cui sempre sono pronti a cercare non la soddisfazione dei propri desideri, ma il compimento della volontà di Colui che li ha inviati” (Presbyterorum ordinis, 15). Coloro che si preparano al sacerdozio devono dunque essere formati a questa fondamentale conformità alla volontà del Padre. Il prossimo Sinodo non mancherà di ricordarla.

Consegna della regola francescana, Museo di Capodimonte, NapoliIl Concilio ha particolarmente insistito sulla dimensione ecclesiale dell’obbedienza dei presbiteri: “Il ministero sacerdotale, dato che è il ministero della Chiesa stessa, non può essere realizzato se non nella comunione gerarchica di tutto il corpo. La carità pastorale esige pertanto che i presbiteri, lavorando in questa comunione, con l’obbedienza facciano dono della propria volontà nel servizio di Dio e dei fratelli, ricevendo e mettendo in pratica con spirito di fede le prescrizioni e le raccomandazioni del Sommo Pontefice, del loro vescovo e degli altri superiori, dando volentieri tutto di sé in ogni incarico che venga loro affidato, anche se umile e povero” (Presbyterorum ordinis, 15).

Il Concilio aggiunge che con questa obbedienza i sacerdoti assicurano la loro unità non solo col capo visibile della Chiesa, ma con tutti i loro fratelli nel ministero, e nota come essa non intralci affatto lo spirito d’iniziativa e la ricerca di nuove vie nell’opera pastorale, a condizione che tale inventività si eserciti nella sottomissione all’autorità.

Il Vaticano II ha posto bene in luce i doveri reciproci dei vescovi e dei sacerdoti in questo delicato campo: ha raccomandato ai primi che, a motivo della loro comunione nello stesso sacerdozio e ministero, “abbiano i presbiteri come fratelli e amici, e stia loro a cuore, in tutto ciò che possono, il loro benessere materiale e soprattutto spirituale”; e ha ricordato ai presbiteri che, “essendo presente la pienezza del sacramento dell’Ordine di cui godono i vescovi, venerino in essi l’autorità di Cristo supremo pastore. Siano dunque uniti al loro vescovo con sincera carità e obbedienza” (Presbyterorum ordinis, 7).

In quest’ampia visuale teologica e ascetica, i seminaristi devono perciò ricevere una formazione che li abitui a questa disposizione di obbedienza verso l’autorità. Si tratta di un’obbedienza animata dalla fede, che nelle decisioni dell’autorità riconosce la volontà divina: un’obbedienza che non si realizza senza certi sacrifici, ma che cooperano alla fecondità del ministero sacerdotale, e soprattutto associano il sacerdote all’obbedienza, che ha caratterizzato il sacrificio della croce, e ai frutti di questo sacrificio.

Noi pregheremo Maria santissima, modello di docilità alla volontà divina, dal “fiat” dell’annunciazione alla maternità dolorosa sul Calvario, perché aiuti i candidati al sacerdozio ad entrare consapevolmente e gioiosamente nel mistero dell’obbedienza.

Vocazione alla povertà

Dall’Angelus di Giovanni Paolo II del 8 luglio 1990

“Ha ricolmato di bene gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote” (Lc 1, 53).

Con queste parole del Magnificat la Vergine santa ricorda a tutti noi la predilezione divina per i poveri. Nella sua bontà Dio Padre si compiace di colmare di grazie le persone che, prive di ricchezze materiali, non cercano la loro felicità nei beni di questo mondo.

I chiamati al sacerdozio ministeriale sono invitati in modo particolare a un profondo distacco dal denaro e dai beni terreni. Certo, come ha osservato il decreto conciliare Presbyterorum ordinis, i sacerdoti hanno bisogno di risorse per la loro vita personale e per il compimento della loro missione: “Siano perciò riconoscenti – esso raccomanda – per tutte le cose che concede loro il Padre, perché possano condurre una vita ben ordinata. È però indispensabile che sappiano esaminare attentamente, alla luce della fede, tutto ciò con cui hanno a che fare, in modo da sentirsi spinti a usare rettamente dei beni in conformità con la volontà di Dio, respingendo quanto possa nuocere alla loro missione” (Presbyterorum ordinis, 17).

matrimonio con la povertàIl prossimo Sinodo avrà il compito di precisare queste linee e soprattutto di determinare gli aspetti della formazione sacerdotale su questo problema. I seminaristi devono essere preparati al loro ministero con una mentalità di gratuita dedizione e di profondo disinteresse. Essi, ricorda il Concilio Vaticano II, “sono invitati ad abbracciare la povertà volontaria con cui possono conformarsi a Cristo in un modo più evidente ed essere in grado di svolgere con maggiore prontezza il sacro ministero. Cristo, infatti, da ricco è diventato per noi povero, affinché la sua povertà ci facesse ricchi. Gli apostoli, dal canto loro, hanno testimoniato con l’esempio personale che il dono di Dio, che è gratuito, va trasmesso gratuitamente, sapendosi abituare sia all’abbondanza che all’indigenza” (Presbyterorum ordinis, 17).

La formazione impartita in seminario porrà i giovani nella prospettiva di quella povertà che Cristo ha praticato e ha voluto per coloro ai quali ha affidato il primo compito pastorale nella sua Chiesa. Essa li preparerà ad essere dei testimoni del regno spirituale, mediante la rinuncia a inseguire le ricchezze materiali. Essa darà loro il gusto della semplicità nel modo di vivere, ponendoli al riparo da ogni tentazione di lusso o di comodità eccessiva.

È, questa, una testimonianza importante in un mondo che è spesso dominato da lotte d’interesse e da conflitti d’ordine pecuniario. Il sacerdote ha la missione di mostrare che il destino umano non sta nell’accumulare beni terreni, perché vi sono altri valori, molto superiori, che meritano di essere perseguiti con perseveranza, quelli cioè che nobilitano la persona e la fanno entrare in comunione di vita con Dio.

La formazione sacerdotale tenderà pure a favorire nei seminaristi il desiderio di aiutare i poveri e di annunciare loro la buona novella, secondo l’esempio e l’insegnamento di Cristo. Essa li stimolerà ad avere disposizioni di simpatia e di predilezione per i più bisognosi.

Preghiamo la Vergine Maria perché indichi al Sinodo le vie da percorrere per una efficace formazione dei sacerdoti alla povertà evangelica.